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Matthew's space: il mio mondo

Matteo Zanetta

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9/17/2008

-Running Away-Midnight Hour

 
Don't lie and say that it's OK.
It's alright here, there's nothing more to say.
So I'm running away.
I'm leaving this place.
Yeah, I'm running away.
I'm running away.

Don't tell me, I don't want to play.
It's too late for you to make me stay.
No, I won't stay.
So I'm running away.
I'm leaving this place.
Yeah, I'm running away.
I'm running away.

And faster than you can follow me from this lonely place.
And farther than you can find me, I'm leaving
Yeah I'm leaving today.
And I, I'll never let you find me.
I'm leaving you behind with the past
No, I won't look back.
And I don't want to hear your reasons.
Don't want to hear you tell me why I should stay.

And try, and try to understand me
And try to understand what I say when I say I can't stay
I, I'm moving on from this place
I'm leaving and I won't quit running away.

I'm running away.
I'm leaving this place.
Yeah, I'm running away.
I'm running away.
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Non mentire dicendo che va tutto bene
qui va bene e non c'è niente di più da dire
quindi sto correndo via
Lascio questo posto
Già, sto correndo via
Sto correndo via.

Non dirmi, io non voglio giocare
E' troppo tardi per farmi restare.
No, non resterò.
quindi sto correndo via
Lascerò questo posto
Già, sto correndo via
Sto correndo via.

E più veloce così che tu non mi possa seguire da questo posto solitario.
E più lontano così che tu non mi possa trovare. Partirò.
Già, partirò oggi.
E io non permetterò che tu mi trovi.
Ti lascerò dietro con il passato
No, non guarderò indietro.
E non voglio sentire le tue ragioni.
Non voglio sentire che mi dici perchè dovrei rimanere.
E prova, prova a capirmi
E prova a capire cosa dico quando dico che non posso restare
Sto lasciando questo posto,
Lo lascerò e non smetterò di scappare via.

Sto scappando via.
Lascerò questo posto
Già sto scappando via
Sto scappando via.
                                                                                         
3/18/2008

Rischio No Tav «Le proteste? E’ tutta pubblicità: che male c’è a fare un buco di sei metri nella montagna?»

Rischio No Tav «Le proteste? E’ tutta pubblicità: che male c’è a fare un buco di sei metri nella montagna?»
MACUGNAGA (VERBANIA)

Una funicolare scavata nella roccia e nel ghiaccio, poi un trenino a cremagliera sempre sottoterra. Nove chilometri di sviluppo su un dislivello di 2140 metri (per arrivare ai 3610 del ghiacciaio dello Schwarzberghorn) con tre stazioni: partenza, arrivo e l’intermedia dedicata agli sciatori. E’ la metropolitana del Monte Rosa, linea 1 «Parete Est». Poi (forse) verranno anche le altre: la 2 in Svizzera, la 3 per completare la circolare tra Valle d’Aosta, Alagna e ancora Ossola. Follia? Così pare a molti. Non a Giovanna Boldini, sindaco di Macugnaga, località turistica che fece affari d’oro negli Anni 70 e che è tornata famosa per i ritiri estivi del Torino. Boldini ci crede così tanto che ha coinvolto un gruppo d’imprenditori senza paura di scatenare in Ossola l’effetto No Tav. Niente nomi degli sponsor: «Non è ancora il momento. Sono 5-6, tutti del settore delle grandi costruzioni. L’uomo di riferimento è un manager romano, ci sono anche banche internazionali». Insieme sarebbero disposti a mettere sul tavolo i 350 milioni necessari. Boldini garantisce sulla provenienza dei soldi, tutti made in Italy: «Si erano fatti avanti dei vietnamiti. Troppo insistenti, troppo tutto, non mi hanno convinta». Che non sia solo un sogno lo dimostrano i documenti. Sindaco e segreti partner hanno preparato un dossier. Lavorano da mesi. Qualche tempo fa le presentazioni (a Stresa e a Milano), dove i più sono andati solo per dovere e col pensiero «massì, lasciamoli giocare». Adesso si è arrivati al dunque. Entro fine mese i finanziatori si riuniranno per costituire la società con sede a Macugnaga: «Monterosa aering». Oggi Boldini va a Torino, in Regione, per ottenere un appuntamento con la presidente Mercedes Bresso: «I romani, prima della firma, la vogliono incontrare. Andremo da lei con le idee chiare». La linea del governatore era stata: «Se non chiedete soldi pubblici procedete pure. Se il progetto passerà impatto ambientale e conferenze dei servizi avrete il via libera». Boldini è certa che non ci saranno problemi: «Cinque anni di lavoro, avvio del cantiere nel 2010». E se l’ignoto romano, capofila dei soci, dovesse ritirarsi dopo il confronto con Bresso? «Non succederà, in ogni caso ho due alternative pronte. Le banche che abbiamo alle spalle non scherzano, hanno visto i possibili margini di profitto e vogliono giocare la partita».

Tariffe salate



Sullo Schwarzberghorn non si scia, il viaggio intero servirebbe solo per arrivare a una balconata dalla quale si dominano Alpi e pianura Padana. Un panorama per ricchi, visto che si prevede di far pagare 66 euro il viaggio di andata e ritorno. «Macché, sarà per la massa - contrattacca il sindaco - i nostri impianti oggi contano 70 mila passaggi l’anno, nel 1970 erano 320 mila. Col Walser Express si andrà oltre, e la nostra valle rivivrà». Considerando un possibile sconto per i bambini o un pacchetto famiglia, per papà, mamma e due figli la spesa sarà di 180 euro. Così scontato, benché da lassù si possano ammirare 27 degli 82 «quattromila» alpini, che la gente poi venga davvero? «Faranno la coda. Chi va sul Mar Rosso paga la stessa cifra per un’escursione a Luxor. Per referenze si vadano a vedere impianti analoghi in Svizzera, che distribuiscono utili ai soci ogni anno. Se le banche, e che banche, ci credono, un motivo ci sarà...».
Il progetto è stato presentato al sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Enrico Letta, ma Boldini non ne fa questione di colore politico: «L’importante è avere i soldi e il sostegno, chi me li dà e aiuta a risollevare Macugnaga è mio alleato». Se le amministrazioni a vario livello in questi mesi hanno forse preso sottogamba la tenacia del sindaco, non così è stato per le associazioni ambientaliste, che da subito hanno protestato. Chiedendole se teme invasioni e proteste No Tav si ottiene questa risposta: «E chissenefrega, è tutta pubblicità. Il nostro foro è di sei metri di diametro, che male c’è a fare un buco nella montagna?». Ma è il Monte Rosa... «E allora? Vogliamo che tutte le attività turistiche muoiano? L’ambiente è rispettato. A lavori finiti smantelleremo gli impianti di risalita esterni, quelli sì deturpano l’ambiente».
(tratto da LA STAMPA del 13/3/2008 Sezione: Cronache italiane Pag. 20)
 

..mah..

..Certo che la vita è proprio strana.......perchè è così difficile costruire qualcosa ed è così maledettamente facile buttare via tutto?!!...Beppe, anche se nn mi puoi sentire e probabilmente nn ti ricorderai più di me....sappi che la notizia che ho ricevuto oggi su di te mi ha sconvolto......sono davvero in botta.......Kata dimmi che ti sei sbagliato.......NN CI VOGLIO CREDERE........e poi.......un pensiero x un altro amico, che ha fatto un brutto incidente in moto e ora è in coma a Novara........torna tra di noi....sei forte e sono sicuro che ce la farai.
 
3/15/2008

"Canova alla corte degli zar. Capolavori dall' Ermitage di San Pietroburgo".

Il candore delle Grazie
Scultura dall'Ermitage

A Milano, Palazzo Reale, la collezione italiana del Settecento e prima metà dell'Ottocento dal prestigioso museo di San Pietroburgo. In testa le statue commissionate a Canova dalla prima moglie di Napoleone fra cui le celeberrime "Grazie". Le sculture ordinate dagli zar a Tenerani, Bartolini, Dupré, Finelli
di GOFFREDO SILVESTRI

 

 
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Antonio Canova. "Le Grazie" (1813-1816), altezza 182 centimetri. San Pietroburgo. Museo dell'Ermitage Copyright Aurelio Amendola

MILANO - Ancora Canova. Oppure, di Canova non ce n'è mai abbastanza. Dopo la grande monografica a Roma, alla Borghese, conclusa il 10 febbraio (con 148.237 visitatori), ecco Canova a Milano, Palazzo Reale (fino al 2 giugno). Un Canova particolare, quello che grazie all'amore degli zar e dei nobili russi per la scultura italiana del Settecento e della prima metà dell'Ottocento, è finito a Pietroburgo, all'Ermitage, insieme ai "classici moderni", allievi o coloro che seguendo "le orme di Canova e Thorvaldsen, continueranno ad assicurare per quasi tutto il XIX secolo il primato della scultura, individuata come il principale veicolo della bellezza classica e italiana nel mondo". La mostra è "Canova alla corte degli zar. Capolavori dall'Ermitage di San Pietroburgo" (catalogo Federico Motta Editore, fotografie di Aurelio Amendola).

A Milano sono arrivate 34 opere. Sette sono di Canova (fra cui le celeberrime "Grazie"), e poi statue e busti di Bertel Thorwaldsen, Giovanni Antonio Cybei, Carlo Albacini, Lorenzo Bartolini, Pietro Tenerani, Luigi Bienaimé, Giovanni Dupré, Carlo Finelli, John Gibson, inglese, Emil Wolff, tedesco. Mentre le statue più straordinarie di Canova seguono un percorso che passa per la reggia parigina non più imperiale della prima moglie di Napoleone, Joséphine de Beauharnais, alla Malmaison, le altre opere sono per lo più acquistate o commissionate agli artisti negli studi di Roma, Firenze e Bologna. E i busti ritratti sono ripresi dal vero durante i viaggi in Italia. Ma quando si parla di amore per la scultura italiana è davvero un legame che supera il collezionismo di zar, zarine, principi, duchi e diplomatici russi. In mostra ci sono acquisizioni dell'Ermitage fino al 1994.

Canova fu ripetutamente invitato a corte da Caterina II e Alessandro I, ma lui declinò sempre l'invito per la diffidenza verso un Paese veramente lontano, di gran gelo (dove temeva anche per i suoi marmi) o perché era troppo bello e comodo essere vezzeggiato da tanti potenti d'Europa. Canova non avrebbe mai immaginato che un museo russo, l'Ermitage appunto, sarebbe arrivato ad avere una collezione delle sue opere come nessun altro museo al mondo: quindici in marmo (di maestro e bottega) e il bronzetto "Ercole e Lica", modello del gigantesco gruppo in marmo.

A rompere lo schieramento bianco della mostra, reso più luccicante dagli immensi lampadari nella decorazione neoclassica delle sale, immerso nella musica di Glinka e %u010Cajkovskij, i curatori Sergej Androsov, responsabile dipartimento Rinascimento dell'Ermitage, e lo storico dell'arte Fernando Mazzocca, hanno inserito otto coloratissimi, monumentali vasi, vasi-treppiede, coppe in pietre dure, sempre dall'Ermitage. Sono in diaspro color dell'oro, diapro grigio-verde e serpentino, malachite verdissima, diaspro grigio, porfido grigio-viola, estratti dagli Urali e dalla Siberia. E lavorati dalle storiche manifatture di Peterhof, Ekaterinenburg, Kolyvan. Oggetti giganteschi di arredo, di uso comune, ornamenti da tavola, una produzione che fiorì dalla fine del Settecento a tutto l'Ottocento con un "successo trionfale" esteso a Londra, Parigi, Vienna, Stoccolma e Chicago.

Joséphine de Beauharnais fu una delle donne più invidiate d'Europa non solo perché fu la prima moglie dell'astro nascente Napoleone e fino al 1809 imperatrice dei francesi, ma perché fu grande amica di Canova, l'artista più illustre del mondo occidentale, e sua maggiore collezionista. Di quattro statue "tutte strepitose e tra i temi più popolari da lui trattati nel genere cosiddetto 'gentile e amoroso'" osserva Mazzocca. Sono il gruppo di "Amore e Psiche stanti", le statue di "Ebe", "La danzatrice con le mani sui fianchi" e il "Paride". Ma Joséphine è all'origine anche della prima versione de "Le Grazie" cioè dell'opera "più emblematica della poetica" di Canova, il suo "capolavoro assoluto" (la "Paolina" della Borghese è l'opera più popolare) "e anche il capolavoro dell'intero movimento neoclassico".

La prima idea nacque probabilmente nel 1810 quando Canova arrivò a Parigi per il ritratto della nuova moglie di Napoleone, Maria Luisa d'Asburgo, ma non dimenticò la cara amica. Nel giugno 1812 la richiesta formale che stuzzica Canova anche se l'artista chiede tempo perché la proposta è "estremamente delicata e piena di spine". Ma il modello in gesso è terminato nell'agosto 1813. In ottobre Canova chiede un anticipo di venti mila franchi e afferma che avrà bisogno di circa un paio d'anni. In dicembre la risposta positiva di Joséphine. E' l'ultimo contatto che noi conosciamo fra il maestro e l'ex-imperatrice.

Probabilmente Canova la tenne al corrente dei progressi del lavoro, ma Joséphine non arriverà mai a godere delle "Grazie". Morirà nel maggio 1814, sembra per le complicazioni di una infreddatura presa in giardino per accogliere lo zar Alessandro I vestita in maniera impalpabile. Le "Grazie" saranno pronte nel 1816.

Alessandro I è amico e ammiratore di Joséphine, ma forse più della sua straordinaria collezione d'arte e quando, nel maggio 1815 arriva a Parigi con le truppe vittoriose sull'ultimo Napoleone, seleziona personalmente 38 dipinti che paga 900 mila franchi. Ma con sovrana prepotenza chiede che nella somma siano incluse le quattro opere di Canova. Un capolavoro di ipocrisia la postilla dei curatori della vendita: abbiamo esaudito il desiderio "nell'assoluta certezza che chi ci aveva incaricato della vendita possa soltanto lodarci per avere noi colto l'occasione di procurare diletto all'imperatore". Un intero patrimonio artistico ed economico aggiunto come "buon peso".

Nell'ottobre 1815 le quattro opere di Canova furono caricate sulla fregata "Arcipelago" per Pietroburgo. "Amore e Psiche stanti" e "La danzatrice" arrivarono senza danni. "Ebe" (alta 1,58) ebbe doppie rotture alle braccia. "Paride" (un gigantone nudo di 2,07, con berretto frigio, appoggiato ad un tronco ricoperto di un drappo, con la destra che nasconde un pomo) ebbe le gambe spezzate e nonostante il restauro viene considerato troppo fragile per andare per mostre.

E "Le Grazie"? Soltanto nel marzo 1817 il figlio di Joséphine, Eugène, salda il dovuto a Canova. Il gruppo di marmo viene trasferito a Monaco di Baviera, nuova residenza di Eugène che ha sposato la figlia del re di Baviera. A Pietroburgo arriva con il figlio di Eugène che ha sposato la figlia dello zar Nicola I e nel 1901 entra all'Ermitage per acquisto.

Delle cinque opere legate a Joséphine, sono in mostra "Le Grazie" impareggiabili e la "Danzatrice". Ormai inamovibile la statua del "Paride", è esposto uno dei busti che Canova doveva ricavare dalle statue di successo per soddisfare le innumerevoli, pressanti richieste, pezzi disegnati da lui, eseguiti da lui o dalla bottega. La testa di Paride viene presentata accanto alla testa ideale di Elena dai boccoli pendenti. Anche questa ebbe "enorme successo". Leopoldo Cicognara, storico della scultura, la definisce "veramente greca, tanto classica e tanto nuova". E Byron: "quanto potrebbe e non fa la natura/ che la bellezza e il Canova hanno fatto". "Ecco l'Elena del nostro cuore".

Rivedere il gruppo de "Le Grazie" è sempre una gioia anche se era uno dei pezzi dominanti della monografica alla Borghese. Le tre fanciulle figlie di Giove, nude, alte più del naturale (1,82), dee della bellezza, grazia, vita gioconda, raffigurate mentre si fanno complimenti, confidenze o coccole o le due ai lati consolano quella al centro da una pena d'amore, mentre si tengono allacciate con le braccia e una sciarpa- nastro. Non sono statiche, ognuna procede verso l'altra in uno spazio molto ridotto. Alle spalle un cippo con corone di rose. La gioia per la bellezza artististica è anche stupore per la tecnica coraggiosissima di Canova perché lo scultore ha estratto il gruppo da un unico blocco.

Il gruppo ha una novità radicale rispetto alle Grazie dell'antichità, di Raffaello, del gruppo danzante di Botticelli nella "Primavera". Tutte e tre sono rivolte all'osservatore, nessuna presenta la schiena a chiudere, isolare il gruppo. C'è solo una sgradevole impressione data dal marmo: una punteggiatura nera, venature diffuse, smagliature su fianchi, gambe, glutei, innaturali in corpi perfetti. Le "Grazie" diedero occasione a Canova ricco, generoso, semplice nonostante gli onori, di donare ogni anno una dote a tre giovani povere nate come lui a Possagno, in quel di Treviso.

L'altra stella della mostra è la "Danzatrice con le mani sui fianchi", alta 1,79, alla quale Canova ha dato un'aria sbarazzina, tanto che invece di ballare sembra pavoneggiarsi davanti ad uno specchio o a delle compagne da cui aspetta l'opinione sul vestito dalle molte volute e sulla coroncina in testa. Canova la battezzò "Erato, musa della danza amorosa" in una lettera a Quatremère de Quency, l'intellettuale francese, grande amico ed estimatore dello scultore. I visitatori della mostra hanno una sorpresa: la "Danzatrice" si pavoneggia davanti a loro, gira su stessa grazie ad un motore nascosto nel piedistallo, sotto la base di marmo. Non è una forzatura, ma la realizzazione del desiderio di Canova per il quale le sue statue dovevano muoversi perché dovevano essere ammirate da tutti i punti di vista. Anche la "Paolina" ha un meccanismo nascosto nel letto di legno dipinto che le può far compiere dolcemente giri completi (rimesso in funzione, è stato deciso di non usarlo).

Canova spedì la "Danzatrice" nel 1812 a Parigi dove fu esposta con "grandissimo successo".

Della testa fece una copia che regalò nel 1818 a Wellington, il vincitore di Waterloo, per l'aiuto nel recupero dei capolavori razziati in Italia da Napoleone, l'impresa più difficile del maestro.

Canova non doveva essere molto fortunato col marmo. Nel 1791 ultimò il monumento funebre di Clemente XIII Rezzonico nella basilica di San Pietro che fu accolto in modo "trionafale" per la somiglianza del papa, per la bellezza di un leone e del "Genio della morte" scolpiti alla base. Ebbene il "Genio" fu fatto due volte. Canova era in fase avanzata quando scoprì macchie scure che lo indussero a ripetere la scultura con altro blocco di marmo. Verosimilmente la testa del "Genio della Morte" dell'Ermitage che è in mostra, è parte della statua rifatta. Sul volto ci sono venature scure, macchie e fessure e le dimensioni sono quelle del "Genio" della tomba.

Una volta tanto una scultura di Canova dell'Ermitage non è il primo esemplare, ma "il marmo è di migliore qualità, di un bianco più puro". Si tratta della "Maddalena penitente" (91 centimetri), coperta e scoperta abbondantemente in disordine, ginocchioni sulla roccia accanto ad un teschio, il volto verso terra e le mani aperte sulle ginocchia in attesa della grazia dall'alto.

Il primo esemplare commissionato nel 1796 fu esposto a Parigi con "enorme successo" e definito "stupefacente" da Quatremère (è a Genova, Museo di Sant'Agostino). Certamente la "più fortunata tra le sculture conoviane in età romantica". Nel 1809 il figlio di Joséphine, Eugène, chiese a Canova una replica della statua, ma senza la croce in bronzo dorato nelle mani della Maddalena il che - secondo Androsov - rende la statua dell'Ermitage "più elegante e più armonica". L'Ermitage si distingue anche per l'"Amorino Yusupov" in mostra perché è l'unico alato dei quattro, tutti alti 142 centimetri, "per la trattazione più delicata del corpo", i capelli lisci aderenti al capo e la faretra.

La statua (136 centimetri) in cui Ganimede, coppiere degli dei, versa vino in una coppa, serve a Thorvaldsen a riprendere i temi di Canova, ma emendati "dello sviluppo tridimensionale", del "movimento, del virtuosismo tecnico della lavorazione". Lo scultore danese li considera estranei alla "purità" della scultura greca e "piuttosto imputabili alla decadenza berniniana". Lui preferisce la composizione frontale, la quiete, una esecuzione meno sofisticata, che non tradisca "l'idea della nobilltà della pietra in quanto tale" e non distragga "dal 'concetto' principale".

Nella "Psiche svenuta", Tenerani, allievo di Thorvaldsen, si cimenta con un momento difficilissimo, il "trapasso tra la veglia e l'incoscienza". La "donzella, giacente senza niun moto né segno di vita, non è morta, non è addormentata, ma tramortita". La fortuna della scultura (alta 1,13) realizzata nel 1838, fu "vastissima" con 12-15 repliche. La prima versione potrebbe essere quella dell'Ermitage.

Fra "le più celebri sculture ottocentesche" è "La Fiducia in Dio" di Bartolini, 91 centimetri, subito accostata alla "Maddalena" di Canova. Bartolini, scultore dedicato "unicamente al vero naturale", indaga "il nudo femminile nella purezza plastica e come espressione di allegorie morali". Per essere "esattissimo traduttore del naturale" aggiunse tre modelle alla principale. Anche se la posa della "Fiducia", una "bellezza delicata e vereconda" seduta sui talloni, le mani intrecciate, il volto verso l'alto leggermente, i capelli raccolti sulla nuca, sarebbe frutto del caso, colta durante il riposo della modella. La prima versione fu ordinata dalla marchesa Rosa Trivulzio in memoria del marito Poldi Pezzoli (è nell'omonimo museo milanese), e Bartolini la terminò nel 1836. La versione Ermitage fu cominciata da Bartolini, ma, dopo la morte nel 1850, finita dall'assistente Pasquale Romanelli.

Anche un altro coinvolgente capolavoro di Bartolini, "Ninfa dello scorpione" (alta 88 centimetri), la seconda versione ordinata da Nicola I, non fu completata dal maestro, ma dall'allievo Giovanni Dupré il quale precisa che Bartolini "non ci aveva messo le mani", che non era finita neppure di sbozzare. La critica la considera infatti opera congiunta. La prima "Ninfa" tutta di Bartolini è al Louvre. Quando venne esposta a Parigi nel 1845 venne giudicata da Baudelaire "pezzo capitale" per il "naturalismo scelto e relativo, non ideale, e la semplicità e la purezza castigata dell'anatomia".

Bel confronto fra Bartolini e Dupré, fra "L'ammostatore" (o "Bacco fanciullo" o "Pigiatore d' uva") e il "Bacchino della crittogama" (fungo della vite). Il "Bacco" di Bartolini (128 centimetri) è un perfezionamento di un primo "Bacco" dato per disperso e che non aveva sollevato interesse. Il perfezionamento fu invece accolto negli anni Quaranta come il "manifesto" del "Bello naturale", desunto "dall'imitazione diretta della natura scelta in sostituzione del 'bello idealè classico". Bartolini è quello che nel 1840 aveva fatto scandalo proponendo agli allievi dell'Accademia di Belle Arti di Firenze un modello gobbo per Esopo, "rivendicando la bellezza e la dignità della natura". Questo "Bacco", in cui è stata vista anche un'ispirazione naturalistica dal Quattrocento, è a Brescia, Pinacoteca Tosio Martinengo, mentre il "Bacco" dell'Ermitage è "verosimilmente" la prima versione data per perduta.

Nel "Bacchino" (alto 116 centimetri) Dupré "trasfigura nel mito l'attualità", il flagello del fungo della vite. Si è rifatto alla statua di Bartolini, ma senza riferimenti al Quattrocento e con "una nuova ricerca nell'espressione morale e bellezza edonistica". Il dinamismo "sottolinea gli elementi patetici del volto dolente e dell'anatomia gracile e patita eppure ancora sensuale e dunque distante dalla più cruda rappresentazione della sofferenza fisica di un adolescente". La statua dell'Ermitage è la prima versione del "Bacchino" del 1856: rispetto al modello in gesso ha eliminato le foglie sulle nudità del fanciullo, modificata l'acconciatura e fatta l'espressione più sofferente.

Curiosa combinazione: le statue di Bartolini e Dupré sono in mostra contemporea a Milano, le versioni dell'Ermitage, e a Roma in "Ottocento", il "Bacco fanciullo" da Brescia e il "Bacchino" da Palazzo Pitti.

Notizie utili - "Canova alla corte degli zar. Capolavori dall'Ermitage di San Pietroburgo". Dal 23 febbario al 2 giugno. Milano. Palazzo Reale. A cura di Sergej Androsov, responsabile dipartimento Rinascimento Ermitage, e Fernando Mazzocca. Promossa da Comune di Milano (assessorato alla cultura). Collaborazione Edison. Promossa e prodotta da Palazzo Reale, 24 ORE Motta Cultura, Artematica. Catalogo Federico Motta Editore. Fotografie di Aurelio Amendola.
Orari: lunedì 14.30-19.30; martedì-domenica 9.30-19.30; giovedì 9.30-22.30. La biglietteria chiude un'ora prima.
Biglietti: intero 9 euro; ridotto 7 e 4,5. Visite guidate "Ad Artem" 02-6597728; info e prevendita 02-54917; www.mostracanova.com 

  

3/1/2008

..mhm..